mercoledì 10 giugno 2015

Riprendere ad investire


Siamo nel 2015 e dopo sette anni di ... carestia si vede qualche timido segnale di possibile inversione di tendenza. La speranza è che la ripresa economica europea trainata da euro debole, petrolio a buon mercato e ampia disponibilità di finanza faccia da traino all'economia domestica italiana. Senza una ripresa dei redditi e dei consumi interni la ripresa in Italia sarà però circoscritta ad i settori ad alto export, comunque poca cosa rispetto al PIL complessivo del paese. Perché per ripartire bisogna avere prima investito nello sviluppo e in Italia sono anni che che nessuno, o quasi, investe più nulla. Parliamo allora di investimenti strategici come condizione base per lo sviluppo.

Crisi economica e credit crunch hanno indotto sia il settore privato che quello pubblico ad una politica di tagli: anno dopo anno il settore privato ha tagliato (in ordine non casuale) pubblicità, ricerca e sviluppo, investimenti, consulenze, sedi secondarie, strutture di staff, impianti e relativo personale, linee di prodotti non core, in pratica tutto. Il settore pubblico ha tagliato gli investimenti e le spese esternalizzate, ben attento a non effettuare alcuna spending review su aree ad alto impatto politico e sulle spese di casta. Gli investimenti che permettono lo sviluppo sono stati comunque ridotti in entrambi i casi e sono rimasti circoscritti nell'ambito di poche aziende di eccellenza in relativamente pochi settori industriali.

Il problema è che la mancanza di investimenti non ha solamente ridotto la capacità produttiva, peraltro già sensibilmente ridimensionata dalla chiusura di innumerevoli aziende, ma ha anche ridotto la capacità competitiva dell'industria italiana rispetto all'industria dei paesi nostri concorrenti. Non abbiamo solo perso posti di lavoro e capacità produttiva che sarà difficilissimo ripristinare, abbiamo anche perso tempo e capacità competitiva.

Per illustrare la problematica possiamo rifarci al noto articolo “Protect Strategic Expenditures” di Kaplan e Norton pubblicato sull'Harvard Business Review nel dicembre 2008. Con notevole lungimiranza e consapevoli del tremendo periodo di crisi che ci stava aspettando, gli autori suggerivano alle aziende di segregare contabilmente in un budget di spesa autonomo rispetto alla gestione ordinaria tutti gli investimenti di tipo strategico che non dovevano essere tagliati anche nel pieno della crisi, perché investimenti indispensabili alla sopravvivenza dell'azienda (noi diremmo indispensabili “alla continuità aziendale”).

In pratica suggerivano di distinguere gli investimenti a carattere produttivo, quelli comunemente chiamati Capital Expenditures o CapEx, dagli investimenti strategici, per i quali, da bravi americani, hanno subito inventato un acronimo, StratEx. I primi rimanevano sotto il controllo del management e potevano essere oggetto di spending review, i secondi dovevano essere gestiti da un manager che rispondeva direttamente al CEO ed al CDA ed avere un proprio budget separato e protetto. Negli StratEx rientrano sia investimenti di tipo tecnico che di R&D, nonché tutti i progetti suoi nuovi prodotti che l'azienda stava studiando per il futuro. Gli StratEx sono quindi investimenti soprattutto in competenze e non solo in macchinari. Ciò che va protetta è la capacità dell'azienda di avere prodotti e processi d'avanguardia e migliori rispetto alla concorrenza. Secondo gli autori, in tempi di crisi possiamo tagliare pure quello che riguarda il passato ma dobbiamo preservare ciò che sarà alla base del nostro futuro. In pratica Kaplan e Norton suggerivano di fare ciò che fa qualsiasi contadino, ma detto dai guru di Harvard suona meglio. Non a caso è esattamente il contrario rispetto alle scelte della politica economica Italiana ma questa è un'altra storia.

Atteso che in Italia in tempo di crisi poche aziende hanno investito per proteggere il proprio futuro, cosa possiamo fare adesso? Credo che possiamo solo metterci a correre.

A livello di Paese serve una politica economica chiara: investimenti massicci su pochi settori che possano fungere da volano per la ripartenza economica generale, come turismo e beni culturali, opere pubbliche (strade, scuole, idrosistema, porti ed aeroporti), reti informatiche, energia green da agricoltura.


A livello aziendale, bisogna sfruttare quel poco di finanza disponibile presso le banche e sul mercato finanziario internazionale per finanziare forti investimenti di StratEx sulla creazione di una nuova generazione di prodotti che colmi in fretta il gap di 8 anni di eutanasia industriale. 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.